L’arrivo del cinema in Italia

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Tra il 1895 e il 1896 si diffonde anche in Italia una nuova forma d’intrattenimento, a metà strada tra la curiosità scientifica e l’attrazione, incentrata sulla visione di immagini fotografiche in movimento. Come in altri paesi, in origine si fronteggiano due sistemi di consumo delle immagini decisamente diversi: il Kinetosocopio,messo a punto dal noto inventore statunitense Thomas A. Edison con la collaborazione di William L. Dickson, e il Cinématographe  brevettato dai fratelli Lumière, titolari di un’importante industria di articoli fotografici di Lione.

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Le prime proiezioni e i primi film

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Un programma di proiezioni tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del nuovo secolo si compone di più titoli e crea un’alchimia spettacolare in cui alle scene “dal vero” si affiancano, soprattutto dopo il 1900, film a trucchi, comiche, drammi realisti ed edificanti. In fondo questa diversificazione dell’offerta è la traslazione in un nuovo medium di quell’aggregato di attrazioni tipica del teatro di varietà. Anche se già in questa prima fase non mancano i locali destinati esclusivamente a proiezioni (si tratta comunque di strutture dalla vita breve), buona parte delle prime proiezioni si svolgono all’interno di altre forme di spettacolo come il caffè concerto e il teatro di varietà.

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Le prime case di produzione

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Intorno al 1905 la situazione cambia: il progressivo aumento del metraggio delle pellicole, il perfezionamento dei proiettori, la riduzione dei prezzi d’ingresso, il miglioramento delle attrezzature, la crescente necessità di rinnovare l’offerta dei film, creano le condizioni per la diffusione di sale cinematografiche stabili. Torino, Milano, Napoli e Roma sono le città in cui si diffondono maggiormente i cinematografi permanenti.

Questi fattori, insieme anche a un contesto economico più favorevole agli investimenti e alla modernizzazione, pongono le basi per un decollo produttivo del cinema anche nel nostro paese. Anche se le prime società nascono con quasi dieci anni di ritardo rispetto alle analoghe iniziative di paesi come la Francia e gli Stati Uniti, alcune di esse riescono a sviluppare in tempi rapidi un’attività competitiva.

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La produzione in serie e la nascita del film d’arte

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La progressiva affermazione del noleggio sul precedente sistema della vendita ha tra i suoi effetti un più rapido turn over nella fornitura delle pellicole. I film si differenziano sempre di più in base al genere. Dal gennaio 1909 l’Itala Film introduce in Italia la comica seriale con personaggio fisso: si tratta della celebre serie di Cretinetti, realizzata dall’attore francese André Deed, già noto per avere interpretato la serie di Boireau prodotta dalla Pathé.

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Il boom produttivo e l’avvento del lungometraggio

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Dopo il superamento della crisi, il cinema italiano vive una fase di decollo: tra il 1909 e i primi anni Venti il nostro cinema realizza un numero di film vertiginoso. Solo la casa torinese Ambrosio in poco più di 15 anni, produce circa 1400 film. Il boom, in particolare, si registra tra il 1912 e il 1914. I margini di profitto realizzati con l’esportazione permettono ai produttori di investire cospicui capitali per la realizzazione di film non solo più curati, ma anche più lunghi rispetto alla media consueta.

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L’introduzione della Censura

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Dopo il 1910, con l’ormai inarrestabile trasformazione del cinema in un medium popolare, il nuovo spettacolo diventa bersaglio di una vasta campagna di aggressione. Le critiche tradiscono un evidente disagio (se non una paura) nei confronti dei cambiamenti: il cinema diventa il capro espiatorio di un’insicurezza più profonda, generata dalla difficoltà di comprendere le trasformazioni della modernità.

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La guerra e la prima invasione hollywoodiana

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Lo scoppio della guerra provoca un calo della produzione interna e delle esportazioni. Non la stessa cosa può dirsi tuttavia per le importazioni: i film stranieri giungono nel nostro paese con grande facilità, e a trarne vantaggio è il cinema statunitense, l’unica produzione non toccata, almeno fino al 1917, dalle conseguenze della guerra. Proprio durante gli anni del conflitto il cinema americano pone in Italia le basi della sua futura egemonia.

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Il dopoguerra e il monopolio UCI

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Dopo la guerra non si registra una ripresa (malgrado il numero dei film prodotti nel 1919 salga di circa 35 unità rispetto all’anno precedente): si conferma al contrario quel trend nell’aumento delle importazioni che era già emerso negli anni del conflitto. Agli inizi del 1919 l’industria cinematografica italiana tenta di formulare una risposta unitaria a questi segnali di crisi:

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Verso un cinema di retroguardia?

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La crisi dell’Uci si aggrava con la messa in liquidazione, nel 1921, della Banca Italiana di Sconto, partner finanziario determinante del consorzio. Dopo quell’anno si registra una sensibile diminuzione dell’attività produttiva. A colpire non è tanto il calo della produzione (che per altro diventerà drammatico a partire dal 1924), quanto il divario ormai incolmabile tra lo standard qualitativo del film italiano e il livello di maturità espressiva raggiunto dalle altre cinematografie maggiori (dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica, dalla Germania alla Francia):

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Il fenomeno Pittaluga

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In conseguenza della crisi numerosi professionisti del cinema italiano sono costretti emigrare in altri paesi, in particolare in Germania. Il fallimento dell’Uci riapre gli spazi del mercato ai piccoli produttori indipendenti. I tentativi più riusciti di mantenere in vita la produzione italiana negli anni Venti sono condotti da produttori che propongono film per un pubblico regionale o per le comunità italiane all’estero: è il caso di alcuni produttori napoletani come Emanuele Rotondo, Vincenzo Pergamo, la famiglia Notari, guidata sin dal 1905 dalla forte e singolare personalità di Elvira, ma soprattutto Gustavo Lombardo, già attivo dagli anni Dieci come uno dei più importanti distributori italiani.

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La nascita del Luce

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Se il regime mantiene un profilo morbido nei confronti della produzione a soggetto, diverso è invece il suo atteggiamento nei confronti delle potenzialità educative e propagandistiche del cinema documentario. Nel 1926 il regime statalizza l’Unione Cinematografica Educativa (Luce), un organismo che già da alcuni anni era andato specializzandosi nella produzione e distribuzione di film a carattere didattico.

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